La loro ecologia e la nostra

Vi invitiamo vivamente a leggere questo interessante e lungimirante (1974) articolo di Gorz che riceviamo da Giosuè Scotto di Santillo
La loro ecologia e la nostra di ANDRE GORZ*
II filosofo Andre Gorz, capace di guardare nel futuro, aveva previsto, in questo testo apparso nel 1974, il recupero
dell’ecologia da parte dell’industria, dei gruppi finanziari – in una parola, da parte del capitalismo.

EVOCARE L’ECOLOGIA è come parlare del suffragio universale e del riposo domenicale: in un primo tempo, tutti i borghesi e tutti i partigiani dell’ordine costituito vi dicono che volete la loro rovina, il trionfo dell’anarchia e dell’oscurantismo. Poi, in un secondo tempo, quando la forza delle cose e la pressione popolare diventano insostenibili, vi sì accorda quel che si respingeva il giorno precedente e, fondamentalmente, non cambia nulla.
Sono numerosi coloro che, fra gli industriali, si rifiutino di tener conto delle esigenze ecologiche. Ma queste hanno già cosi tanti sostenitori capitalisti che la loro accettazione da parte delle potenze economiche sta diventando una possibilità concreta. Allora tanto vale, sin da ora, non giocare a nascondino: la battaglia ecologista non è un fine in sé, ma una tappa. Essa può creare delle difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare; ma quando, dopo aver a lungo resistito con la forza e l’inganno, alla fine esso cederà poiché l’impasse ecologica sarà diventata ineluttabile, integrerà questa costrizione come ha integrato tutte le altre.
Perciò bisogna subito porre la questione apertamente: che cosa vogliamo noi? Un capitalismo che si adatti alle costrizioni ecologiche o una rivoluzione economica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo e, di conseguenza, instauri un nuovo rapporto degli uomini con la collettività, il proprio ambiente e la natura? Riforma o rivoluzione? Non dite assolutamente che questo problema è secondario e che l’importante è non insozzare il pianeta al punto da renderlo inabitabile. Perché neanche la sopravvivenza e un fine in sé: vale la pena sopravvivere, come si domanda Ivan Illich, in «un mondo trasformato in un ospedale globale, in una scuola globale, in una prigione globale e dove il compito principale degli ingegneri dell’anima sarà fabbricare uomini adatti a questa condizione?» […]
È meglio tentare di definire, sin dall’inizio, per cosa si lotta e non solamente contro cosa. Ed è meglio tentare di prevedere come il capitalismo sarà colpito e trasformalo dalle costrizioni ecologiche, piuttosto che ritenere che esse provocheranno la sua scomparsa e nient’altro.
Ma, innanzitutto, che cos’è, in termini economici, una costrizione ecologica? Prendete, per esempio, i giganteschi complessi chimici della valle del Reno a Ludwigshafen (Basf), a Leverku-sen (Bayer) o Rotterdam (Akzo). Ogni complesso combina i seguenti fattori:
• risorse naturali (aria, acqua, minerali) che erano finora ritenute gratuite perché esse non potevano essere riprodotte (rimpiazzate);
• mezzi di produzione (macchine, edifici), che costituiscono capitale immobile, che deperiscono e che bisogna dunque rimpiaz
zare (la riproduzione), preferibilmente con mezzi più potenti e più efficaci, in grado di fornire all’impresa un vantaggio sui propri concorrenti;
• forza lavoro umana che richiede anch’essa di essere riprodotta (è necessario nutrire, curare, alloggiare, educare i lavoratori).
Nell’economia capitalista, la combinazione di questi fattori, in seno al processo produttivo, ha come obiettivo prevalente il massimo del profitto possibile (il che, per un’impresa preoccupata del proprio avvenire, significa anche: il massimo della potenza, quindi di investimenti, di presenza sul mercato mondiale). La ricerca di questo risultato si ripercuote profondamente sul modo in cui i differenti fattori sono combinati e sull’importanza relativa che è assegnata a ciascuno di loro.
L’impresa, per esempio, non si chiede mai come fare perché il lavoro sia più piacevole, la fabbrica tuteli al meglio gli equilibri naturali e lo spazio di vita delle persone, i propri prodotti rispettino gli obiettivi che si danno le comunità umane. […]
Ma ecco che, soprattutto nella valle del Reno, l’affollamento umano, inquinamento dell’aria e dell’acqua hanno raggiunto un grado tale che l’industria chimica, per continuare a credere o che soltanto a funzionare, si vede costretta a filtrare i propri fumi e scarichi, ovvero a riprodurre delle condizioni e delle risorse che finora, erano considerate «naturali» e gratuite. Questa necessita di riprodurre l’ambiente inciderà in maniera evidente- bisogna investire sull’inquinamento, quindi accrescere la massa di capitali immobili; è necessario, poi, assicurare l’ammortamento (la riproduzione) degli impianti di depurazione: e il prodotto di questi ultima (la proprietà relativa dell’aria e dell’acqua) non può essere venduto con profitto.
C’è insomma un aumento simultaneo del peso del capitale investito (della «composizione organica»), del costo di riproduzione di quest ultimo e dei costi di produzione, senza un corrispondente aumento delle vendite. Di conseguenza, delle due l’una o il margine di profitto si abbassa,oppure il prezzo dei prodotti aumenta. L’impresa cercherà evidentemente di alzare i suoi prezzi di vendita. Ma non ne uscirà fuori cosi facilmente: tutte le altre ditte inquinanti (cementifìci, metallurgia, siderurgia, ecc.) cercheranno, anch’esse, dì far pagare i propri prodotti più cari per il consumatore finale. Prendere in conto le esigenze ecologiche avrà infine questa conseguenza: i prezzi tenderanno ad aumentare più velocemente dei salari reali, dunque il potere d’acquisto del popolo sarà compresso e tutto avverrà come se il costo dell’inquinamento fosse prelevato dalle risorse di cui dispongono le persone per comprare le merci.
La produzione di queste ultime tenderà quindi a stagnare o ad abbassarsi; ciò aggraverà la predisposizione alla recessione o alla crisi. E tale arretramento della crescita e della produzione che, in un altro sistema, sarebbe potuto essere un bene (meno automobili, meno rumore, più aria, giornate di lavoro più corte, ecc), avrà degli effetti completamente negativi; le produzioni inquinanti diventeranno dei beni di lusso, inaccessibili alla massa, senza smettere di essere alla portata dei privilegiati; le disuguaglianze si approfondiranno; i poveri diventeranno relativamente più poveri e i ricchi più ricchi.
L’assunzione dei costi ecologici avrà, insomma, gli stessi effetti sociali ed economici della crisi petrolifera. E il capitalismo, lungi dal cedere alla crisi, la guiderà come ha sempre fatto: dei gruppi finanziari ben piazzati approfitteranno delle difficoltà dei gruppi rivali per assorbirli a basso costo ed estendere il proprio dominio sull’economia. Il potere centrale rafforzerà il suo controllo sulla società: tecnocrati calcoleranno livelli «ottimali» di inquinamento e produzione, promulgheranno regolamenti, estenderanno i domini della «vita programmata» e il campo di attività dei dispositivi di repressione. […]
Dite che nulla di tutto ciò è inevitabile? Certo. Ma è proprio ciò che rischia di accadere se il capitalismo è costretto ad assumersi i costi ecologici senza che un attacco politico, lanciato a tutti i livelli, gli strappi il controllo delle operazioni e gli opponga tutto un altro progetto di società e di civiltà. Perché i partigiani della crescita hanno ragione almeno su un punto: nel quadro dell’attuale società e dell’attuale modello di consumo, fondati sulla disuguaglianza, il privilegio e la ricerca del profitto, la non-crescita o la crescita negativa possono soltanto significare stagnazione, disoccupazione, crescita dello scarto che separa ricchi e poveri. Nel quadro dell’attuale modello di produzione, non è possibile limitare o bloccare la crescita ripartendo al contempo più equamente i beni disponibili.
Finché si ragionerà all’interno di questa civiltà non egualitaria, la crescita apparirà alla massa delle persone come la promessa -per quanto completamente illusoria – che un giorno esse smetteranno di essere «sotto-privilegiate», e la non-crescita apparirà come la loro condanna alla mediocrità senza speranza. Perciò non è tanto la crescita che bisogna combattere quanto la mistificazione che essa comporta, la dinamica dei bisogni crescenti e continuamente frustrati sulla quale essa riposa, la competizione a cui essa predispone incitando gli individui a voler innalzarsi, ciascuno, «al di sopra» degli altri. Il motto di questa società potrebbe essere: Ciò che è bene per tutti non vale niente. Tu sarai rispettabile solo se hai «meglio» degli altri.
Ora, è l’inverso che bisogna affermare per rompere con l’ideologia della crescita: È degno di te solo ciò che è bene per tutti. Merita di essere prodotto solo ciò che non privilegia né umilia alcuno. Possiamo essere più felici con meno opulenza, perché in una società senza privilegi, non ci sono poveri.
(Traduzione di V. C.)

* Andre Gorz è morto nel settembre del 2007. Questo testo,apparso nell’aprile del 1974 nel mensile ecologista Le Sauvage,è stato pubblicato nel 1915 dalle edizioni Galilée, con La firma di Michel Bosquet, pseudonimo di Gorz. come introduzione alla raccolta Ecologie et politique; trad. it. Ecologìa e polìtica, Cappelli, 1978.

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