Le fate del Vomero

Antonio Ambrosino (ambro) sempre attento alle nostre tradizioni ci segnala questo bell’articolo apparso sul quotidiano “Il roma” a firma Aurelio De Rose. Lo pubblichiamo perchè ricorda molto da vicino termini e gesti delle nostre nonne…
Le belle fate del Vomero.
Nelle antiche contrade vomeresi: ovvero in quelle di Antignano, dell’Arenella ed in quella delle Due Porte, vivevano alcune caratteristiche figure femminili che venivano denominate “ fate ”.Ma chi erano queste “fate vomeresi” ? Erano giovani donne che si distinguevano in quel mondo non solo contadino che era il vomero, per due motivi: Il primo, era costituito dall’indossare un corsetto di seta dai colori vivaci e da una gonna di eguale tonalità e fantasia. A queste si aggiungeva ed alternavano, sia un fazzoletto al collo, che si appoggiava alle spalle; oppure, una camiciola che spesso era decorata con ciocche di laccetti pendenti sul petto. Dai lobi delle orecchie poi, facevano bella mostra pendenti in simil’oro, molto pesanti, che venivano de- N nominati “rosette”. Ai piedi nudi infine, calzavano “zoccoli” con nastri multicolori annodati in modo tale da formare dei fiocchi. La seconda particolarità, era quella di essere delle lavandaie. Mestiere che si svolgeva sotto la guida di una “fata maestra” che le seguiva in tutte le loro azioni di lavoro, elargendo poi, alla fine della giornata, il compenso, elargito a cottimo, per quanto avevano svolto. Altra caratteristica consisteva nel come avvenivano questi “lavaggi” poiché, notoriamente, in questa parte della città fino agli inizi del primo novecento, l’acqua scarseggiava. Infatti quella esistente era soprattutto piovana raccolta nelle pochissime cisterne; oppure nei pochi pozzi esistenti. Per questi motivi, i cosiddetti “ cupielli ” (secchi ) costavano più di quanto le povere fate potessero pagare. Conseguentemente si narra che andassero “pezzente” ovvero chiedendo la carità…..perché fosse loro offerta una quantità sufficiente per quel lavoro e, in virtù d’essere appunto delle “fate”; riuscivano, quasi sempre, ad ottenerne quanto era necessario. Ma vediamo come si effettuava la “culata” che in effetti, per le difficoltà accennate, era una operazione non semplice che partiva dal dover ammollare la biancheria in un “cufenaturo” o “cantero” (recipiente di legno o terracotta) che, nella parte bassa, aveva un foro chiuso da un sughero per la fuoriuscita dell’acqua. Questa operazione che durava qualche ora era necessaria per rendere i tessuti più morbidi. Poi si “ncufanavano”: ovvero si stendevano piegati nello stesso recipiente sul quale veniva posto un “cennerale” (un panno) versandogli sopra il “ranno”: ovvero un misto di acqua e cenere bollita che aveva la funzione di rendere i panni non solo candidi ma anche profumati nel caratteristico “addore e culata”. Infine si “arrecentavano”: cioè si sciacquavano con acqua fresca per eliminare eventuali residui di cenere e “scufanati” si stendevano al sole. Asciugati venivano stirati e cosparsi di spicaddossa una lavanda profumata usata anche dai Greci e dai Romani. Aurelio de Rose

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